Colapesce a San Gemini

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Ieri ero al concerto di Colapesce, qua a San Gemini. 

È la seconda volta che viene a suonare praticamente sotto casa mia, casa mia nel senso della mia casa in Umbria, e la cosa un poco mi impressiona. 

La prima volta è stata due anni fa, io mi ero appena trasferito, Colapesce lo conoscevo solo come nome e basta, sapevo che era uno dei dintorni di Siracusa ma non l’avevo mai ascoltato, non lo so perché, forse un pregiudizio: se uno viene da dove vengo io, può essere mai bravo?

La sera, mentre torno a casa, leggo una locandina che dice “Colapesce Live, concerto disegnato”, e penso: ma quello di Solarino? Ma dove? 

Quest’anno, ho capito che Colapesce  tende a venire a suonare sotto tutte le case mie, magari pensa che sono una ragazza carina. Qua per esempio è con Brunori, al Faro del Plemmirio, dove c’è la villetta di famiglia:

A San Gemini invece, la prima volta, suonava in una chiesetta sconsacrata sotto l’abitazione che avevo appena preso in affitto. Ci sono andato: uno dei concerti più belli mai visti in vita mia. C’era questo disegnatore, Baronciani, che mentre Colapesce suonava e cantava, da solo, con una chitarra e un looper, faceva degli acquarelli che venivano proiettati su un muro mano a mano che li dipingeva. Considerato che per tutte le arti figurative io ho una specie di cecità e sono in pratica un handicappato visivo, era incredibile che perfino io riuscissi a godermi l’effetto di questi disegni che arrivavano insieme alla musica, come andassero a tempo.  Mano a mano che la canzone veniva cantata, la musica andava avanti, la voce cantava le parole, succedeva che i disegni si concludevano, cioè finivano di essere disegnati, nel momento preciso in cui anche i suoni cessavano, e questo ti faceva provare un sentimento tenue e forse anche un po’ patetico, se non altro verso quella parte di te stesso che in quel momento provava questo sentimento un po’ patetico, e la cosa assumeva una sua piacevole dolcezza, e quando il pezzo era agli sgoccioli e vedevi che il disegno stava per diventare il quadro che doveva diventare, tu pensavi: ma guarda se mi devo illanguidire così per questo trucchetto così scemo. E invece ti illanguidivi, e dopo il concerto venivano venduti i disegni a dieci euro l’uno, mi pare, e io non l’ho comprato, però poi me ne sono pentito.

Comunque ieri,  al parco della fonte, tutto un altro scenario, boschi e collina umbri, verde a perdita d’occhio, paesini arroccati in lontananza. Il palco era dentro un campo da tennis dismesso, terra battuta, la gente c’era, ma il posto era grande e sembrava poca. Lui stavolta non era da solo, non c’era il disegnatore, c’era una band.  

Io avevo sbagliato orario: sul manifesto che annunciava la riapertura del parco della fonte c’era scritto otto e mezza, o forse ero io che mi ricordavo male, però volevo comunque vedere questo posto con la luce, e ci sono arrivato troppo presto: le rondini, quando si mettono a girare intorno, mi viene un’inquietudine tremenda, volano in un modo che a me pare sempre presagio di qualcosa di funesto, poi a tutto questo verde io non ci sono abituato, a casa mia, a Siracusa, manco un albero, nemmeno ai giardinetti, al massimo oleandri fatti a siepe, bassissimi, qua tutti questi larici, questi pioppi alti, le querce, un intrico fitto di pini giganti, e a un certo punto un cartello che avvisava: Qui vive il daino. Ma come il daino? E non è pericoloso? Come si comporta il daino? Attacca l’uomo? L’orario vero del concerto, alla fine, erano le dieci e mezza. Me lo ha detto un ragazzo della croce rossa, che doveva stare là per forza tre ore prima. A un vigile del fuoco invece ho chiesto: Senta, ma questi daini? Eh, m’ha detto lui, sono bellissimi. Io me ne sono tornato a casa, ad aspettare che si facesse l’ora, non ci volevo rimanere là tutto quel tempo: pure le tigri sono bellissime, scusa, che significa?

Unknown

Il concerto è cominciato un poco dopo, le undici forse, la band era tutta vestita con dei paramenti sacri o le camicie clergy, penso perché l’album si chiama Infedele, e io l’ho ascoltato moltissimo questo album prima del concerto, e non ho capito bene perché si chiama Infedele, e comunque questo fatto che fossero tutti in costume mi sembrava preannunciasse un’idea di concerto tipo spettacolo, invece poi per fortuna no, o comunque non troppo. C’erano un batterista, un bassista, un sassofono che a volte diventavano due, una chitarrista, uno con le tastiere e l’elettronica, e un fonico di palco. La chitarrista sembrava sui tredici anni, poi mi sono avvicinato e forse invece è sui diciotto, venti al massimo: è brava, aveva i pantaloncini corti e i capelli lunghi, da ancora più lontano sembrava che si fosse portato come chitarrista Angus Young, invece poi no, era una molto posata, non si scatenava, e quando cantava sembrava Feist, e diceva continuamente al fonico di abbassare la sua voce o la sua chitarra o tutt’e due le cose, quello la guardava, faceva sì sì con la testa e poi non abbassava niente, e la canzone dopo di nuovo lei muoveva la mano piano come per dire abbassa, e quello tutto serio annuiva e girava una manopola, però la voce e la chitarra rimanevano alte come prima, e lui e lei sono andati avanti così per tutto il concerto, senza spazientirsi mai, lei con una flemma che sembrava voler nascondere una specie di timidezza, lui con una flemma che sembrava voler nascondere che tanto su quel palco si faceva come diceva lui e basta.

Le canzoni erano tutte belle, gli arrangiamenti molto divertenti, quando ascoltavo il disco non pensavo che lo si potesse suonare in maniera così coinvolgente su un palco, invece c’era tanto ritmo, il sassofonista, che è Tano Santoro, un altro dei dintorni di Siracusa, fenomenale, ogni tanto faceva suoni molto crudi e isterici e i pezzi, da ballate che erano, diventavano sperimentazioni, il tizio all’elettronica faceva cose sublimi e distorceva suoni e ci infilava dentro brandelli di tastiera, e tutto quello che questa band faceva era sempre appropriato, sempre bello da sentire, un modo di andare sopra le righe molto coerente col resto delle righe, una cosa difficile da fare, penso, rimanere gradevoli mentre si eccede un po’ con questo e con quello. La parte finale del concerto, quella dei bis, lasciava spazio a questi giochi in cui una nenia per voce e chitarra a un certo punto diventava un pezzo con tanto rumore ed era un rumore che mi faceva pure venire voglia di muovermi, solo che non ci riuscivo, rimanevo paralizzato a pensare: ma non è che con questo casino  si imbizzarrisce il daino?  

Colapesce non so quanti anni abbia, credo sia abbastanza giovane, sui trenta forse, e a me che vado per i quarantacinque fa molto effetto pensare che questa persona sia dei dintorni di Siracusa: è chiaramente uno molto pignolo, al limite del perfezionismo, non arrabatta, non cialtroneggia, scrive testi semplici e curati, non vuole strafare, non si vuole fare vedere bravo. Secondo me infatti come siracusano è un po’ atipico, e credo anche come siciliano in genere. 

Ieri, comunque, alla fine del concerto, con l’aria dell’estate collinare umbra che mi entrava dentro i finestrini della macchina, ero in uno stato d’animo molto speranzoso, di sicuro influenzato dalla musica appena ascoltata: mettevo la mano fuori e non c’era l’afa appiccicosa delle sere di giugno siculorientali, e un poco mi mancava e un poco no, e sentivo tutto uno struggimento e pensavo: magari il motivo per cui ammiro Colapesce c’entra con questo fatto che sulle canzoni non ci mette sopra il marchio Sicilia, si sente da dove viene, certo, basta che apre la bocca, almeno per me che vengo dallo stesso posto, ma riesce a fare con la Sicilia questa cosa difficilissima di lasciarla là, sullo sfondo. La Sicilia è prepotente con chi scrive, con chi canta, con chi gira film, con chi recita, con chi dipinge, con tutti,  ha questa cosa che se tu provi a usarla come fondale lei  si sposta, avanza, ti viene vicino, ti fa toc toc sulla spalla mentre tu sei girato verso il pubblico che canti, e ti dice: no bello mio, non ci siamo capiti, fatti da parte che qua mi devo vedere io, solo io, tu sparisci, non servi a niente. Invece con Colapesce non succede: ascolti le canzoni, ti accorgi che sei in Sicilia, ma hai la sensazione che la Sicilia sia un posto e basta. Un posto dove può anche nascere uno che scrive canzoni che parlano di fidanzate, di Oki per il mal di testa, di grotte, di capelli troppo belli legati con una matita che adesso gliela sfili dai capelli e la usi per scriverci un racconto. 

La lingua che Colapesce usa nelle sue canzoni è piana: non ci sono barocchismi, non ci mette lo svolazzo, non c’è l’innesto del preziosismo o del termine desueto o ricercato, nemmeno dell’arcaismo dialettale, che ne so, la Kianka di Carmen Consoli. Tutto ti arriva in un attimo: faccio i panini e andiamo al mare, è una frase miracolosa, due azioni, tempo presente indicativo e ti ritrovi subito a Siracusa, dentro una cucina, col balcone aperto, in una di quelle domeniche mattina d’estate in cui se ti dimentichi di raccogliere in fretta i panni che hai steso al sole, quando torni li ritrovi tutti rigidi e scoloriti che li puoi buttare. Una cosa che succede quando la lingua che stai usando è una lingua vera. Non c’è traccia di quella cosa odiosa della macchietta: è siciliano, si sente da cosa dice e da come lo dice e se sei di Siracusa leggi in controluce un sacco di cose, però finalmente è uno che parla, scrive, vive, come se essere siciliano fosse come essere emiliano o toscano o friulano o lucano: è così che la Sicilia rimane finalmente sullo sfondo, con la pulizia delle parole. Sarà che lui lo riesce a fare facilmente perché è molto bravo? Di sicuro. Io però spero che c’entri anche che è giovane, perché così l’inquietudine per il futuro un poco mi si placa, e poi c’è quest’aria che a mezzanotte passata pizzica le braccia, e la collina è ancora tutta verde, a Siracusa sarà già tutto giallo bruciato, e io stasera dormo col copriletto, cose da pazzi.

A casa, era l’una meno un quarto: sulla Rocca di San Gemini questo silenzio da fondale marino che c’è ogni volta che apro la finestra, nemmeno un cane che guaisce, nemmeno in lontananza, nemmeno le cicale a frinire, una cosa che quando tiri lo sciacquone dopo che hai fatto pipì ti sembra che hai profanato il cosmo e ti penti di avere urinato. Quando mi sono messo a letto non avevo più sonno, ho preso il telefono perché ero ancora pieno di curiosità per il concerto: volevo conoscere i nomi di quelli della band, sapere che tipo di reazioni avevano suscitato le altre date, allora ho preso il telefono e sono andato per scrivere su Google. Poi però, appena m’è comparsa di fronte agli occhi la mascherina bianca della ricerca, la prima cosa che ho digitato è stata: il daino attacca l’uomo?